Ago 31, 2009 - gravidanza e puerperio    No Comments

Vivere senza pannolini. L’esperienza di una mamma. Di Francesca Gasparini.

 

La nostra vita senza pannolino

Riflessioni e consigli per un EC (Eliminatio Comunication) sereno


Quando all’inizio del 2002 nacque Arturo, il mio primo bimbo, non sapevo nulla di una pratica abituale in quasi tutto il mondo non occidentale che viene denominata “Elimination Comunication” (Comunicazione sull’eliminazione). E neppure quando nacque il mio secondo bimbo, Giuliano, all’inizio del 2004 ne sapevo nulla. Però fin da allora istintivamente sentivo un profondo disagio al pensiero che i miei figli dovessero rimanere immersi nei propri escrementi fintanto che qualcuno non si decideva a cambiarli e pulirli. Ho usato un’espressione forte appositamente, perché in qualche modo noi genitori rimuoviamo la questione o la edulcoriamo, e la nostra mente in qualche modo si adatta ad un’immagine del rapporto neonato-pannolino o bambino piccolo-pannolino che è del tutto falsata: ci sembra una cosa normale e giusta che queste creaturine per le quali daremmo la vita stiano imbalsamate dentro dei mutandoni di plastica (questo vale secondo me anche per chi sceglie i pannolini di stoffa) che li sigillano occultando alla vista (nostra e di tutti) i loro naturali bisogni, costringendoli a spalmarsi e a convivere ore con questo materiale che invece per definizione è materiale di scarto di cui il corpo si vuole e deve liberarsi.


Ecco perché non sfiorandomi neppure l’idea che si potesse tenere un bimbo di pochi giorni o mesi senza pannolino sentivo però una tensione verso una qualche soluzione che mi permettesse almeno di evitare che si facessero la cacca addosso. Tra l’altro il mio primo figlio sembrava stitico, cioè stava anche dieci giorni senza fare la cacca e ne era molto infastidito; dunque ero alla spasmodica ricerca di una soluzione anche per questo problema. Così quando verso i tre mesi e mezzo Arturo ha cominciato a stare seduto da solo con una certa sicurezza ho provato a metterlo sopra il vasino e lui incredibilmente ci ha fatto subito pipì e cacca! Da quel momento ho cominciato semplicemente a cambiare il bimbo molto spesso durante la giornata e ogni volta che lo cambiavo lo mettevo sul vasino. Ogni volta c’era la pipì e talvolta anche la cacca. Da quel giorno solo raramente abbiamo visto qualche cacca di Arturo nel pannolino; dai nove mesi in poi più nessuna. Per la pipì, siccome continuavo a tenergli il pannolino, naturalmente le cose andavano diversamente, per cui molta finiva nei pannolini. Verso i sedici mesi però con l’arrivo della bella stagione e considerando che nel tempo, permettendogli di fare la pipì nel vasino, lui aveva cominciato a fare il collegamento giusto e a indicarsi spesso il pisellino quando aveva bisogno, ho comprato tantissime mutandine e gli ho tolto il pannolino. Quando capitava che non lo diceva in tempo perché troppo preso dal gioco, cambiavo le mutandine e asciugavo il pavimento senza dire nulla. Nel giro di tre settimane non ho più dovuto asciugare nessuna pipì.


Lo stesso ho fatto con il secondo bimbo che già a sette mesi ha smesso di fare la cacca nel pannolino. Una cosa che ho notato nei miei figli e che è piuttosto comune sentendo altre esperienze, è che nel momento in cui ho tolto il pannolino di giorno hanno smesso in modo quasi automatico di fare la pipì durante le ore di sonno (diurne e notturne), benché durante la nanna continuassero ad avere il pannolino. Vale la pena fare la prova! Comunque in generale i bimbi smettono di farsi la pipì e la cacca addosso solo nel momento in cui diamo loro la possibilità di prendere coscienza dei propri bisogni e della loro modalità di espulsione; poiché il pannolino impedisce questa presa di coscienza, in sostanza soltanto togliendo il pannolino senza remore e senza paure (perché il bambino deve sentire sicurezza e protezione venire dal genitore, oltre che comprensione e serenità rispetto agli incidenti che potranno capitare e di cui lui non ha nessuna colpa) potremo innescare un processo che in un tempo diverso da bambino a bambino condurrà allo svezzamento dal pannolino o al controllo definitivo degli sfinteri nell’EC (perché nei bambini che portano i pannolini 24 ore al giorno per molti anni raggiungimento del controllo degli sfinteri, che avviene comunque intorno ai 18-24 mesi, e svezzamento da pannolino non coincidono, in quando il pannolino inibisce nel bambino la consapevolezza di questo avvenuto controllo).


Proprio nel periodo in cui stavo togliendo il pannolino al mio secondo bimbo sono venuta a conoscenza di questo “metodo”, che per me non è affatto un metodo, chiamato EC (Elimination Comunication) e sono rimasta folgorata. Ho letto tantissimo. Innanzitutto il libro di Laura Boucke, Senza pannolino, l’unico pubblicato in Italia sull’argomento (l’autrice è la veterana del “senza pannolino”, colei che per prima ha elaborato una versione adatta al mondo occidentale, a partire dalle esperienze delle mamme indiane, cinesi e africane, e lo ha divulgato). Ma c’è tanto materiale utile da leggere anche in rete in siti e gruppi di discussione che citerò in fondo all’articolo

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Quando ho scoperto l’EC mi sono detta: quanti patimenti mi sarei risparmiata con la stitichezza del mio primo bimbo, che evidentemente stitichezza non era ma solo rifiuto, o incapacità, di fare la cacca nel pannolino (provate voi a fare la cacca stando dritti in piedi o stesi nel letto!), se avessi cominciato fin dai primi giorni a fargliela fare in una ciotolina tenendolo appoggiato al mio avambraccio con le gambine rannicchiate al suo petto come sto facendo ora con la mia terza bimba di un mese e mezzo!
Sì perché con Anita ho cominciato a fare EC fin dal suo secondo giorno di vita e ora che ha un mese e mezzo sta tutto il giorno senza pannolino. Ma prima di raccontarvi cosa sto facendo con Anita voglio dire due cose sull’EC, o meglio cosa io penso che sia l’EC e come io lo vivo.


In molti siti americani dove si parla di EC e anche in alcuni libri (anche nel sottotitolo di quello tradotto in italiano appena citato), l’EC viene associato in modo diretto all’uso del vasino: un altro modo di chiamare l’EC infatti è “infant potty training” (allenamento infantile al vasino). Insomma, agli occhi di chi legge l’EC appare subito come un “metodo” per insegnare ai neonati a fare la cacca e la pipì nel vasino. Questo a mio parere è male. L’EC, nella sua declinazione più pura e autentica, NON è un metodo e NON è un allenamento. Santo cielo, perché dovremmo sottoporre i nostri bambini di pochi giorni o di pochi mesi a un metodo o a un allenamento? Ne dovranno sopportare anche troppi negli anni a venire di questi forzati allenamenti e apprendimenti alle più svariate cose! L’EC è qualcosa di molto più profondo e al tempo stesso semplice: è il modo con cui la mamma (il genitore, o chiunque accudisce il neonato), risponde alle necessità fisiologiche del suo bambino. È appunto comunicazione; comunicazione profonda tra mamma e bambino.


Quando si comincia a fare EC si scopre che i neonati hanno una perfetta consapevolezza delle proprie necessità fisiologiche: come sanno quando hanno fame o quando hanno sonno o quando hanno freddo, così sanno quando devono fare la pipì e la cacca. Non sto parlando del famigerato controllo degli sfinteri di cui si parla per i bambini più grandi; quella è una cosa diversa. Non possono trattenere, se non minimamente, ma sanno che cosa stanno per fare e in qualche modo lo comunicano; e scelgono anche, se gliene diamo la possibilità, il luogo dove liberarsi. Se si impara ad ascoltarli e se non si impedisce loro di mandare i loro segnali mettendogli il pannolino, loro comunicano. È incredibile lo so. Se me lo avessero detto due mesi fa, prima di questa meravigliosa esperienza con Anita, non ci avrei creduto, eppure è così, lo sto vivendo tutti i giorni.


Perché, se il proprio bimbo ha fame, la mamma risponde prontamente al suo bisogno tirando fuori il seno e sfamandolo? Perché, se il bimbo ha freddo, la mamma risponde prontamente al suo bisogno coprendolo? Perché, se il bimbo ha sonno o è agitato, la mamma risponde prontamente al suo bisogno cullandolo e abbracciandolo;? e perché, invece, se il bimbo ha bisogno di fare la pipì e la cacca, la mamma non risponde al bisogno di evacuazione del proprio bimbo permettendogli di liberarsi dignitosamente e comodamente (come ogni mamma del regno animale fa), ma al contrario mette un tappo a questi bisogni fingendo che non esistano?


Di nuovo ho usato un’espressione forte perché vorrei che il messaggio arrivasse chiaro. Anche se ce lo nascondiamo, la realtà è questa. Il pannolino è un tappo! Un tappo comodissimo che ci permette di non doverci occupare, se non minimamente, dei bisogni di evacuazione del bambino. Certo è una grande comodità, perché possiamo dimenticarci di questi bisogni per ore, tanto sappiamo che “quella roba” sarà raccolta lì. Ecco, appunto, il pannolino è una comodità per la mamma ma NON UNA NECESSITÁ PER IL BAMBINO. IL BAMBINO NON HA BISOGNO DEL PANNOLINO. Per le mamme africane, cinesi o indiane è la cosa più normale del mondo occuparsi dei bisogni dei loro bimbi, permettendo loro di espletarli senza sporcarsi, riconoscendo i loro segnali e i loro tempi, e quando sentono dire che le mamme occidentali lasciano i loro figli a mollo nei loro escrementi sigillati dentro un pannolino di plastica rimangono scandalizzate!


Allora perché non togliamo il tappo ai nostri bambini e ci lanciamo in questa meravigliosa esperienza di comunicare con loro su tutti i fronti? Sì, perché fare EC con un neonato è una delizia da assaporare momento per momento che porterà senza dubbio a una crescita del genitore tanto quanto sarà un dono grande per il nostro bambino che imparerà che la sua mamma e il suo babbo rispondono sempre alle sue necessità più vere e magari questo lo spingerà a essere in futuro un individuo più fiducioso e più empatico con il mondo.

 

Ribadisco, per me l’EC non è e non dovrebbe essere mai un “allenamento” (ciò ricorda certi vecchi e coercitivi tentativi che si facevano negli anni cinquanta per costringere i bimbi piccoli a non farsi più la cacca addosso causando spesso problemi psicologici e nevrosi a lungo termine) o peggio un “metodo per”, ma un mix tra “competenza” naturale del neonato e capacità della mamma di entrare in comunicazione con lui e di rispondere ai suoi bisogni.


Con questo non voglio dire che tutti quelli che non tolgono il pannolino al proprio figlio in modo integrale fin dal primo giorno sono da biasimare (anche io come avete visto ci sono arrivata gradualmente); ciò che voglio dire è che se prendiamo atto del fatto che la normalità per un neonato è stare senza pannolino e non con il pannolino avremo già fatto molto. Soltanto a partire da questa presa d’atto saremo in grado di modulare correttamente il tempo dedicato al pannolino e quello al senza pannolino, in base certo alle nostre possibilità di tempo, di voglia, di pazienza.


Allora, come va con Anita. Bè, devo dire che all’inizio, nonostante l’invasamento per l’EC che era maturato in me durante i mesi di gravidanza, pensavo di cominciare con moderazione. Ero convinta che l’EC integrale fosse una cosa difficilissima, per mamme super-empatiche e dotate di una capacità di dedizione assoluta. Senza considerare poi il fatto che ho altri due figli, che devo un po’ lavoricchiare, ecc. ecc. Dunque ho iniziato tenendo la bimba con i ciripà e cambiandola spesso, ogni volta che mi sembrava bagnata. Una volta spogliata la tenevo anche mezz’ora, quaranta minuti senza pannolino. Fretta non ce n’era. Tanto il tempo va passato, meglio passarlo rilassandosi piuttosto che fare la gara al pannolino che si indossa più velocemente e più facilmente (perché poi si calca tanto l’attenzione sulla facilità e velocità di fasciatura? soprattutto nel neonato mi sembra una cosa assurda, tanto poi una volta che il pannolino è stato messo con tanta velocità che cosa si va a fare?). Durante questo tempo le facevo dei massaggi, le mettevo l’olio, le parlavo e le cantavo una canzoncina e la tenevo sollevata su una ciotolina (quelle tonde di plastica con coperchio ermetico che si usano per conservare i cibi, tipo Tupperware) con la schiena e la testa appoggiate sul mio avambraccio e le gambine trattenute rannicchiate sul ventre (vedi foto). Fin da subito lei ha cominciato a farci la pipì e anche la sua prima cacca! Da quel giorno pur continuando a tenerle il pannolino mi sono accorta che lei aveva capito benissimo il momento della ciotolina e teneva sempre un po’ di pipì da farci dentro e naturalmente sempre la cacca. È stata un’emozione incredibile vedere come lei comprendesse che fare i bisogni in quel modo era una cosa diversa dal farli nel pannolino. I primi tempi di notte era agitata perché aveva bisogno di fare la cacca, spingeva spingeva, ma non la faceva. Alla fine ho scoperto che si liberava volentieri solo quando le toglievo il pannolino e la mettevo sulla ciotolina.


Fatto sta che la cacca dell’Anita nel pannolino non ci è mai finita (e fa anche rima)! La pipì naturalmente ne faceva tanta anche nel pannolino, ma pian piano ho cominciato a capire che se appena si svegliava le toglievo il ciripà, allora 9 volte su 10 lo trovavo asciutto e appena la mettevo sulla ciotolina lei ci mollava una pipì chilometrica. Ho anche scoperto, tenendola a poppare senza pannolino, che lei, a differenza di altri neonati di cui ho letto le esperienze, non fa mai la pipì mentre mangia, ma subito dopo. Ma ho anche scoperto un’altra cosa. Stupefacente. Anita manda un segnale specifico quando deve fare la pipì: un gridolino accompagnato da un movimento frenetico di braccia e gambe. Ogni volta che lo fa dopo fa la pipì. Ma non subito subito. Può aspettare anche parecchi secondi e comunque ti lascia tutto il tempo di andare a prendere la ciotolina o di dirigerti in bagno e di tirarle giù i pantaloncini prima di farla. O meglio, posso dirlo con certezza dopo un mese e mezzo, aspetta proprio che tu sia nella posizione giusta prima di mollarla. Naturalmente se tu non cogli il messaggio o non sei in grado di portarla nel posto giusto ad un certo punto lei non la può più trattenere e la smolla, ma non prima di aver protestato animatamente.
Per tutte queste cose e anche per altre, lentamente ho sentito come sempre più naturale tenerla sempre più a lungo senza pannolino. Finché verso i 20 giorni di vita ho cominciato a tenerla completamente senza. Durante i pisolini diurni la metto a dormire sul letto sopra a una traversa coprimaterasso con lo strato esterno di cotone, giusto per sicurezza, ma lei non bagna quasi mai. Di notte le metto il ciripà, ma tante mattine (soprattutto dopo le notti in cui è stata tranquilla e si è svegliata poco) quando la apro è asciutta e dopo spara nella ciotolina pipì chilometriche. Quando è sveglia cerco di cogliere i suoi segnali e unisco a questo una certa mia idea della sua tempistica, per cui ogni tanto, quando credo sia opportuno, la porto sulla ciotolina (o più spesso su un lavandino o mi siedo sul water con lei in sospensione).
Naturalmente capita spesso di perdere delle pipì, soprattutto nelle giornate frenetiche o in quelle in cui siamo nervosi perché gli altri bimbi ci fanno impazzire, o quando non sto tanto bene o quando Anita è agitata e non sta tanto bene, ma sinceramente non mi interessa. Ho tante ghettine e pantaloncini corti che alterno a seconda della temperatura, a cui ho stretto l’elastico in vita perché sono pensati per il pannolino e non per il corpicino magro della mia Anita, e quando si bagnano li cambio come cambierei il pannolino. Nessuna fatica in più. Per me, che Anita faccia la pipì nella ciotola o nei pantaloni è la stessa cosa. L’EC non è la gara a beccare più pipì possibili ma semplicemente lo stare senza pannolino. Il risultato dovunque finisca la pipì è sempre raggiunto, perché comunque LEI MANDA I SUOI SEGNALI e anche se talvolta io non sono in grado di coglierli IL CANALE DELLA COMUNICAZIONE E DELLA CONSAPEVOLEZZA RIMANE APERTO E NON SI POTRÁ CHIUDERE.

Francesca
Bologna, giugno 2007

 Dove reperire informazioni sull’EC

Laura Boucke, Senza pannolino, AAM-Terranuova, 2006

Questo è il gruppo di discussione italiano sull’EC (bisogna iscriversi): http://it.groups.yahoo.com/group/senzapannolini/
http://www.white-boucke.com/reviews/ipitalian.html (sezione italiana del sito di Laura Boucke)

Leggi anche:

Si fa la pipi’ addosso

Si fa la cacca addosso

anche dall’American Dietetic Association sì alla dieta vegetariana

Riporto l’informazione letta sul corriere.it per validare il consiglio che do riguardo allo svezzamento (sia sul sito che nell’e-book) di non eccedere in proteine animali. A mio avviso carne e formaggio tutti i giorni sono troppi. A supporto della mia opinione arriva ora questo nuovo documento dell’American Dietetic Association, che sulla rivista dell’associazione ha preso posizione in materia di dieta vegetariana con una sorta di dichiarazione ufficiale sul tema. Che suona più o meno così: «Diete vegetariane accuratamente pianificate possono essere salutari, nutrizionalmente equilibrate e in grado di offrire benefici per la prevenzione e il trattamento di malattie come cancro, obesità, diabete e patologie cardiovascolari. Se vengono ben studiate, sono appropriate in ogni età della vita e possono essere adatte anche a donne in gravidanza, bambini e adolescenti».

Carlo Cannella, presidente dell’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione, commenta:  «Se ben condotte, le diete vegetariane non sono pericolose. Il rischio di carenze è marginale e riguarda soprattutto nutrienti come la vitamina B12 che è difficile trovare negli alimenti permessi: c’è ad esempio nel tofu o nei funghi coltivati, ma è abbastanza inusuale consumare grosse quantità di questi cibi».

Via libera dunque, se ci si fa seguire da un esperto che ci spieghi cosa e quanto introdurre nell’alimentazione quotidiana. I vantaggi non sono pochi, come spiega il documento dell’American Dietetic Association: «I vegetariani hanno un indice di massa corporea mediamente inferiore, un rischio più basso di ipercolesterolemia, ipertensione, malattie cardiovascolari e diabete. La loro dieta contiene bassi livelli di colesterolo e grassi saturi e apporta invece grosse quantità di fibre, vitamine C ed E, magnesio e potassio, flavonoidi, carotenoidi, folati – scrivono gli esperti statunitensi –. Queste differenze nutrizionali possono spiegare alcuni dei benefici dell’alimentazione vegetariana variata e bilanciata, a cui è associata anche una minor probabilità di tumori».

Nel documento americano ci sono sezioni dedicate ai benefici specifici della dieta senza carne sull’osteoporosi, il cancro, le malattie cardiovascolari e una parte dedicata a rassicurare le future mamme vegetariane: «La loro alimentazione può essere nutrizionalmente adeguata e non pericolosa per loro stesse e per il bambino», scrivono gli autori. La raccomandazione finale ribadisce però il concetto più importante: «È fondamentale affidarsi a nutrizionisti esperti, che possano dare consigli e informazioni appropriate sui nutrienti essenziali e come garantirseli, sulle modifiche da fare per venire incontro a restrizioni alimentari imposte da allergie, malattie o, semplicemente, per affrontare le diverse età della vita».

Giu 18, 2009 - psicologia infantile    No Comments

MORTI IMPROVVISE DI BAMBINI IN USA PER PSICOFARMACI: C’E’ CORRELAZIONE

Pubblicati i risultati di un nuovo studio in USA finanziato dalla FDA: c’è correlazione tra l’uso di psicofarmaci per i bambini iperattivi (usati anche in Italia) e morti “improvvise ed inspiegabili”.
Poma (Giù le Mani dai Bambini): “Nulla di inspiegabile, questi psicofarmaci sono metanfetamine, ovvero droghe: quindi in caso di assunzione prolungata uccidono”.
Bianchi di Castelbianco (psicoterapeuta dell’età evolutiva): “Questi bambini sono esposti a rischi di morte per curare una sindrome fantasma che probabilmente neppure esiste. Effetti avversi rari, solo 1 bimbo su 10.000? Non sono loro figli, perché allora ragionerebbero diversamente”

 

TORINO – La Food and Drug Administration (FDA) ed il National Institute of Mental Health hanno finanziato un nuovo studio sugli effetti avversi derivanti dalla somministrazione ai bambini degli psicofarmaci utilizzati per sedare l’iperattività. I risultati sono stati resi noti in questi giorni in America: la ricerca, coordinata da Madelyn Gould, Professore di epidemiologia e Psichiatria pediatrica alla Columbia University, ha analizzato 564 casi di decessi di minori trattati per l’ADHD nel decennio tra il 1985 e il 1996, e l’esito è quello di un possibile legame esistente tra l’assunzione di medicinali contro la Sindrome da Deficit dell’Attenzione e Iperattività (ADHD, ovvero bambini troppo agitati e distratti) ed il rischio di “morte improvvisa”. “Gli eventi rilevati sono ancora da approfondire e comunque rari”, ha dichiarato il coordinatore della ricerca, “meno di un bambino ogni 10.000”, e peraltro attualmente la Food and Drug Administration (l’FDA, il massimo organismo di controllo sanitario in USA) non prevede di modificare le linee guida sull’impiego di questi prodotti, autorizzati all’uso anche in Italia. “Questo studio rileva una significativa associazione, o un segnale di correlazione, tra decessi improvvisi ed inspiegabili e l’assunzione di farmaci per l’ADHD – sottolineano gli autori della ricerca – in particolare per quanto riguarda la terapia a base di metilfenidato” (Ritalin® e prodotti simili). Ed aggiungono: “I risultati di questa ricerca invitano a puntare l’attenzione sui possibili rischi per bambini e adolescenti derivanti dall’assunzione di medicinali stimolanti”. L’invito degli specialisti ai genitori preoccupati è di discutere delle eventuali perplessità con il medico, evitando di sospendere di propria iniziativa la terapia ai loro figli, anche per evitare gli effetti avversi tipici della repentina interruzione dell’assunzione di queste droghe. Luca Poma – giornalista e portavoce di Giù le Mani dai Bambini®, il più rappresentativo comitato italiano per la farmacovigilanza pediatrica – ha dichiarato: “è l’ennesimo campanello d’allarme sui pericoli derivanti dall’assunzione di questi psicofarmaci in tenera età. È  sconcertante poi l’ipocrisia: qui di ‘inspiegabile’ non c’è proprio nulla, questi bambini muoiono in diretta relazione con l’assunzione di queste metanfetamine, ma i poteri forti influenzano l’FDA in USA, che trae sostentamento finanziario dalle multinazionali farmaceutiche che dovrebbe controllare, ed anche l’Agenzia del Farmaco e l’Istituto Superiore di Sanità, che seguono le ‘mode’ prescrittive americane: questi enti che dovrebbero vegliare sulla sicurezza dei nostri figli fanno come gli struzzi e nascondono la testa sotto la sabbia. D’altra parte, se ci sono gravi complicazioni solo per 1 bambino ogni 10.000 non c’è mica da preoccuparsi, dicono loro, perchè mai applicare restrizioni più prudenti?” Federico Bianchi di Castelbianco, psicoterapeuta dell’età evolutiva, ha dichiarato al riguardo: “Il problema è che gli psicofarmaci hanno pregi e difetti, ma perché esporre a pericolo di morte dei bambini che non avrebbero alcun bisogno di esporsi a questo rischio? Questi farmaci sono proprio necessari, dato che molti mettono addirittura in dubbio l’esistenza stessa della sindrome ‘ADHD’, che è considerata sempre più una ‘sindrome fantasma’, una moda prescrittiva del XX° secolo com’era all’epoca l’isteria femminile?”

 

Per media relation: 337/415305 – portavoce@giulemanidaibambini.org

Mag 18, 2009 - opinioni    43 Comments

Denti e Salute di Michel Montaud

La terapia proposta in questo testo considera la bocca una porta d’ingresso… ma essa si spinge molto aldilà del mero campo dentistico. Infatti, assieme ai miglioramenti a livello della bocca, si constatano benefici in tutti i tipi di patologie: agisce sul corpo intero, fino alla psiche; stimola il potenziale di autoguarigione esistente in ogni essere umano e sollecita la forza di volontà del paziente.

Michel Montaud
non poteva affatto immaginare cosa sarebbe successo alla sua vita, professionale e personale, dopo l’incontro con un semplice apparecchio in caucciù. A partire da quel momento ha rimesso tutto in discussione, se stesso e il suo modo di lavorare, e si è impegnato nella sperimentazione di una terapia dentistica che con il tempo ha dimostrato un’efficacia straordinaria.

Si tratta di un’autoterapia guidata in cui il paziente, accompagnato dal dentista, lavora di sua iniziativa e volontà per il recupero delle funzioni neurovegetative: respirazione, deglutizione, masticazione, fonazione. La modificazione della bocca e il riposizionamento dei denti sono una conseguenza di questo processo, e a terapia conclusa si arriva a una bocca realmente equilibrata, che non presenta più carie né altri disturbi alle gengive o al parodonte.

Questa terapia è non solo una valida alternativa alla pratica ortodontica di estrarre denti e di modificare in modo meccanico e coatto la forma della bocca, ma propone anche una rivoluzione nelle cure dentistiche, mettendo l’accento sulle cause e le conseguenze di una bocca non equilibrata, un aspetto che non viene approfondito nelle discipline convenzionali.

È una terapia adatta a tutte le età, ma i risultati più sorprendenti si osservano nei bambini.

Un bambino agitato si trasforma, ascolta. Improvvisamente scrive diritto, ordinato e senza errori. Senza dover sacrificare dei denti. Senza dover portare apparecchi metallici invasivi. Recuperando una posizione della lingua corretta e una respirazione nasale che li accompagnerà per tutta la vita.

 

Denti & Salute

 

 

PREFAZIONE all’edizione italiana

“Ho conosciuto il dottor Michel Montaud cinque anni fa, in occasione di un corso da lui tenuto a Bologna. Stavo passando un brutto periodo. Avevo avuto un anno prima il mio secondo infarto e dovetti, di conseguenza, ridurre drasticamente la mia attività professionale delegando ad altri. Così avevo più tempo a disposizione.
Partecipai a questo corso più che convinto, spinto da amici e colleghi antroposofi che vedevano in me una persona adatta, in grado di raccogliere il messaggio che questi dentosofi cercavano di portare in Italia.
Quando essi prospettarono le potenzialità di questo “pezzo di caucciù”, subito pensai che stavo perdendo il mio tempo. Ma visto che ne avevo, e che ormai già mi trovavo lì, ascoltai con attenzione e accettai di mettermi subito in bocca l’attivatore che proprio Michel mi diede, in modo da poter provare direttamente ciò che era difficile spiegare con le parole.

Il problema dell’attivatore sta proprio qui: spiegare il suo funzionamento con le parole. In questi ultimi anni ho trattato tantissimi pazienti con questa metodica, ottenendo sulla quasi totalità di essi dei risultati sorprendenti. Si sa ormai che agisce non soltanto come strumento ortodontico, ma anche come un riabilitatore posturale o addirittura come un riarmonizzatore psichico.
Il compito che il dottor Montaud si è scelto, nello scrivere questo libro, è quello di spiegare il funzionamento dell’attivatore plurifunzionale di Soulet-Besombes, e credo proprio non sia stato facile. Cercare di addentrarsi nel funzionamento di una attrezzatura, apparentemente semplice ma con risvolti interessantissimi e multidisciplinari, è stato sicuramente un duro lavoro. L’azione diretta sul dente, come viene spiegato in modo esaustivo, è del tutto secondaria.
L’effetto su respirazione, deglutizione, fonazione e masticazione; il rapporto con il funzionamento neurologico e l’influenza sulla psiche, sono tutte prove tangibili di un approccio multidisciplinare. Questo approccio non si limita a raddrizzare i denti grazie all’uso di un apparecchio, ma implica una conoscenza dell’essere umano, che va bel oltre un uso sapiente delle forze applicate per riposizionare i denti.
La visione che Michel Montaud ha dell’essere umano non è legata al solo apparato stomatognatico ma all’essere nella sua totalità. In virtù di queste sue acquisizioni, proprio a Bologna mi disse con tono molto amareggiato: “Adesso che l’odontoiatria ha raggiunto una giusta posizione in ambito medico, si impedisce ai medici di esercitarla”.

Il concetto di bocca equilibrata non è il risultato esclusivo di un bel trattamento protesico o ortodontico, ma dipende anche da una corretta posizione della lingua, da una buona respirazione nasale, da un amorevole allattamento della madre e a da tante altre cose che sottolineano sempre di più la sua visione olistica del paziente.
Le conoscenze antroposofiche incrociate con le esperienze di Beatriz Padovan hanno permesso al dottor Montaud di spiegare in maniera semplice e completa il deficit del funzionamento neurofisiologico, che nel bambino avviene a conseguenza del salto di alcune tappe del processo evolutivo.
Il dolore è un segnale d’allarme, che comunica che c’è qualcosa che non va. La malattia diventa – secondo un geniale aforisma di Novalis – un problema musicale, una disarmonia. Essa non deve ricadere nello stato di armonia precedente, bensì risolversi in una armonia nuova e superiore. La malattia vissuta nel modo giusto, conduce ad uno stato di salute superiore.

Perché si caria quel dente, perché dopo una caduta disastrosa si frattura solo quel dente e non quelli vicini, perché si affollano quei due denti e non gli altri, come sarebbe più logico? Questi segnali di allarme indicano qualcosa che non va. Una disarmonia da trasformare in una nuova armonia.
Una bocca squilibrata è sintomo di un individuo non in armonia e la posizione dei denti, visti sia singolarmente che nel loro insieme, può rivelare una determinata situazione psicoaffettiva. La bocca, sin dalle prime fasi della vita, è l’organo che permette al bambino di trasformare in conscio un oggetto che non lo era, prima di essere portato alla bocca. Va considerata un po’ come lo “star gate” del film omonimo, dove una porta metteva in comunicazione due dimensioni diverse: la bocca è il “gate” che permette di rendere conscio l’inconscio.
La posizione assunta dai denti è l’espressione dello stato psicoaffettivo del paziente. Agendo sui denti con mezzi olistici, quali l’attivatore, si può agire non soltanto sulla postura, sulla respirazione e tutto quanto detto prima, ma anche – e soprattutto – sulla psicoaffettività”.

Dott. Renzo Ovidi, medico dentista

“Ho avuto il previlegio e l’opportunità ormai una decina di anni fa di incontrare Michel Montaud ad un Convegno sulla Ortodonzia Antroposofica in Svizzera vicino a Losanna, e subito sono rimasto colpito da profondità, chiarezza, umanità, novità e creatività dell’approccio della Dentosofia ai problemi stomatognatici dell’essere umano visto nella sua integrità.

Lo studio comparativo dello scheletro di molti animali proposto, le osservazioni fatte degli stessi in natura e allo zoo, assieme alle indicazioni innovative di ortodonzia offerte mi hanno spinto a divenire amico e collaboratore di Michel Montaud, tanto da appoggiare l’organizzazione in Italia di un primo corso di formazione in Dentosofia, a cui parteciparono una ventina di dentisti italiani, e di indirizzare a loro molti dei miei pazienti. La domanda che mi posi e che, in seguito, formularono anche Michel Montaud e collaboratori, fu molto chiara: Qual è il rapporto tra la neuroplasticità e la terapia proposta dalla Dentosofia con l’utilizzo dell’attivatore di Soulet e Besombes?

Proprio in seguito ai doni e delle riflessioni ricevute dalla Dentosofia, che Michel Montaud mi ha svelato e che in questo libro sono così bene espresse e divulgate, sono arrivato a importanti considerazioni.
Il risultato delle mie ricerche1 è frutto di colloqui ripetuti ed entusiasmanti con amici e colleghi che vorrebbero coinvolgere sempre più medici in questa proposta terapeutica innovativa e creativa.
A tutti i medici dentisti e cultori dell’essere umano globale è parsa di estrema importanza nella dinamica posturale conoscere l’occlusione dentaria e il suo contributo fondamentale. Spesso in medicina scientifica galileiana ci siamo limitati a inutili spiegazioni meccaniciste e riduttive, che ci hanno fatto perdere l’attore di ogni vera attività vitale, cioè l’essere umano stesso con tutte le sue attività, forze e intenzioni.

Michel Montaud per anni si è posto questi interrogativi. Egli ha riconosciuto nella forza di autoguarigione delle forze vitali dell’essere umano la chiave per trovare nuove risposte, nuove vie di aiuto e comprensione terapeutica, andando oltre i normali sistemi correttivi passivi, oppure funzionali ma basati su riflessi sottocorticali.
La Dentosofia ci offre l’utilizzo di un apparecchio, l’attivatore di Soulet-Besombes, che permette un lavoro percettivo e motorio molto fine a livello della punta dei denti, le cuspidi. Ogni dente infatti presenta cinque cuspidi, ben visibili nei molari e metamorfosate ma rintracciabili negli altri denti.

Possiamo vedere e immaginare un dente come la metamorfosi goethiana di una piccola mano, con le punta delle dita nelle cuspidi e il polso nella zona delle radici, il gomito o il ginocchio nell’angolo mandibolare, e l’anca o la spalla nell’articolazione temporo-mandibolare.
La Dentosofia vuole darci la possibilità di utilizzare i denti come zona di apprendimento e di trasformazione di noi stessi a livello di rappresentazione corticale dell’occlusione. Grazie alle nuove funzioni corticali trofiche si attiva la capacità neurovegetativa di modificare l’occlusione e conformarla più armoniosamente.
La relazione tra i denti e l’essere umano nella sua totalità, ampliata dalla concezione antroposofica della scienza dello sviluppo secondo Rudolf Steiner, ci permette di leggere nella bocca molti avvenimenti accaduti e voluti nella nostra vita e biografia. In questo libro troviamo indicazioni per leggere nella bocca e nei denti, nell’occlusione e nella relazione formale e strutturale i fatti accaduti, memorizzati nei denti cristallini, e la situazione biografica di ogni paziente.
Michel Montaud illustra come passare ad una terapia rispettosa delle forze e delle potenzialità di ogni individuo particolare”.

Dott. Alessandro Calzolari, medico fisiatra

INDICE DEL LIBRO

Sommario

Presentazione all’edizione italiana
Introduzione all’edizione italiana

Ringraziamenti
Premessa: Il mio percorso

Introduzione
La Dentosofia
Che cos’è la Dentosofia?
Che cosa significa guarire?

1. Il nostro approccio alle cure dentistiche
Una terapia dentistica differente
Storia
Aspetti pratici
Risultati clinici

2. I legami tra la bocca e il corpo
Funzioni vitali e malformazioni della bocca
Respirazione
Deglutizione
Fonazione
Masticazione
Conclusione
La bocca equilibrata: la visione dentistica classica
Disagio di fronte all’estrazione di denti sani
Fatti che fanno riflettere
Porsi le domande giuste
L’equilibrio orale: un altro modo di guardare alla bocca
Una bocca equilibrata
Visualizzazione della bocca equilibrata
Il concetto di dimensione verticale
Vitali a novant’anni, come a venti
Funzionamento neurologico dell’essere umano
La deambulazione
Il linguaggio
Il pensiero
Camminare – Parlare – Pensare
L’attivatore plurifunzionale: la possibilità di correggere le funzioni bucco-dentali e neurologiche a qualsiasi età

3. Legami tra la bocca, il corpo fisico e la psiche
Tutti ne parlano, tutti lo vivono, tutti lo gridano… ma chi se ne accorge?
Tutti ne parlano
Tutti lo vivono
Tutti lo gridano… ma chi se ne accorge?
La bocca: porta d’ingresso per una terapia globale
Da “perchè” a “a seguito di che cosa”
Legami tra patologie generiche e la bocca
Schiena e articolazioni
Mal di testa
Sonno e apnee nel sonno
Fatica cronica e fibromialgia
Asma
Eczema
Infezioni otorinolaringoiatriche
Allergie (otorino e cutanee)
Alcoolismo
Tabagismo
Onicofagia
Sclerosi multipla a placche
Schizofrenia
Depressione
Cancro
Aids: constatazioni scomode
Conclusione sul legame tra l’equilibro della bocca e le altre patologie
Le carie e l’amalgama
La carie
Lo “spinoso” problema degli amalgami
Esempi clinici
Giulietta
Alessandro
Matteo
Stefania
Che cosa significa guarire?
Conclusione

4. La lettura dei denti: un linguaggio universale
Il linguaggio dei denti si impara
La storia dei denti
La dimensione verticale
Calendario dell’eruzione dei denti
Denti da latte
Denti definitivi
La pubertà precoce
Il figlio fa crescere i suoi genitori
Conclusione

5. Armonia e bellezza
La Signora della piscina
Il punto in comune
Un terapeuta nuovo per una nuova medicina

Conclusione
Il linguaggio originario

Appendici
Ospedale tradizionale di Keur Massar (Senegal) – Prof.ssa Yvette Parès
Dolori alla schiena e podologia
La neuroplasticità. Osservazioni del medico fisiatra Alessandro Calzolari

Glossario
Bibliografia

 

Apr 16, 2009 - opinioni    No Comments

PSICOFARMACI PER BAMBINI:INUTILI

novità DAGLI USA, CROLLA IL MITO DEGLI PSICOFARMACI PER BAMBINI:
INUTILI COME TERAPIA, UNICA “GARANZIA” SONO GLI EFFETTI COLLATERALI.
39,5 MILIONI DI PRESCRIZIONI SOLO NEL 2008, SI USANO ANCHE SUI BIMBI ITALIANI
 
Il Washington Post anticipa i risultati di un nuovo studio federale USA: gli psicofarmaci somministrati ai bambini iperattivi sono inutili nel medio termine, l’unica cosa che “garantiscono” sul lungo periodo sono gli effetti collaterali. Polemica tra accademici, William Pelham (Capo dello staff di ricercatori, della State University) accusa: “Precedenti ricercatori hanno sfruttato il loro prestigio accademico per mettere in imbarazzo tutti i colleghi che avevano dubbi sulle vecchie ricerche favorevoli agli psicofarmaci, e questo ha portato tutti gli addetti del settore ad operare per anni sulla base di convinzioni errate, facendo impennare le prescrizioni. Queste molecole sul medio-lungo periodo non valgono più di qualunque terapia non farmacologica”. Poma (Giù le Mani dai Bambini): “Ci sono i rischi, non ci sono i risultati: che gli specialisti smettano di fare – consapevolmente o meno – gli interessi delle multinazionali, ed inizino a fare gli interessi dei bambini”
 
Nuovi studi federali USA – anticipati in questi giorni su un articolo del Washington Post – infiammano il dibattito sull’efficacia a lungo termine degli psicofarmaci somministrati – anche in Italia – ai bambini agitati e distratti (cosiddetta “Sindrome Adhd”). L’accusa mossa ad alcuni team di ricercatori è di aver volutamente sminuito le prove della scarsa efficacia di tali farmaci oltre i 24 mesi di trattamento. Il nuovo studio ha inoltre indicato che un impiego a lungo termine di psicofarmaci può arrestare la crescita dei bambini: i dati più recenti a disposizione dipingono quindi un quadro ben più negativo da quello che si evinceva dai risultati di analoghi studi pubblicati nel 1999 e largamente pubblicizzati delle multinazionali del farmaco produttrici di questi contestati farmaci psicoattivi. Il coordinatore del gruppo di ricercatori, lo psicologo William Pelham della State University di New York, ha affermato che la più ovvia interpretazione dei nuovi dati è che i farmaci possono essere utili nel breve termine ma inefficaci nel lungo periodo, ed ha anche aggiunto che i suoi colleghi avevano ripetutamente cercato di distogliere l’attenzione dalle evidenze di queste risultanze: “La forza ed il prestigio accademico dei membri del primo gruppo di ricercatori – ha dichiarato Pelham al Washington Post – fu tale che chi intuiva dei dubbi sull’attendibilità dei risultati a disposizione veniva messo in così forte imbarazzo da non ritenere opportuno svelare al pubblico i propri dubbi e confutare i risultati del documento del 1999, e questo ha portato tutti gli addetti del settore ad operare per anni sulla base di convinzioni errate”. La prima analisi di questo genere, della durata di 14 mesi e pubblicata nel 1999, dimostrava infatti che i bimbi trattati con psicofarmaci reagivano meglio di quelli che avevano ricevuto solo terapie della parola o cure mediche di routine. Le case farmaceutiche distribuirono migliaia di copie di quell’articolo ad altrettanti medici, ed il numero di diagnosi di Adhd e le prescrizioni di psicofarmaci aumentarono vorticosamente. Ma nel mese di agosto 2007 i ricercatori presentarono i primi dati di follow-up (verifica a distanza di tempo, ndr) i quali non hanno mostrato differenze di comportamento fra bambini medicalizzati e non medicalizzati. Inoltre i bambini che hanno assunto psicofarmaci per 36 mesi presentano una statura di 2,5 cm e un peso di circa 2,7 kg inferiore alla media dei bambini che non hanno ricevuto cure farmacologiche. Pelham ha dichiarato al quotidiano USA che “la maggior parte dei genitori e medici ha recepito il messaggio che le ricerche indicassero la terapia farmacologica come efficace anche nel lungo periodo, e ciò ha generato ogni anno milioni di prescrizioni di psicofarmaci ai bambini, fino ai 39,5 milioni nel 2008 (fonte:  IMS Health, ndr). I dati recenti hanno invece confermato che non ci sono – a lungo termine – differenze nel comportamento di bambini che hanno utilizzato farmaci rispetto a coloro che non li hanno mai assunti” (fonte: Journal of American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, ndr). Un collega del Prof. Pelham, James Swanson – Psicologo presso l’Università di California a Irvine ed anch’egli co-autore dello studio, ha citato una serie di pubblicazioni scientifiche che dimostrano che i farmaci perdono efficacia nel tempo e rallentano la crescita corporea. “Se vuoi un risultato domani, prescrivi uno psicofarmaco e lo otterrai, ma se vuoi intraprendere un percorso su tre anni, questi benefici immediati perdono d’importanza: se si prendono psicofarmaci per un periodo di almeno tre anni, non credo vi sia alcuna prova che il farmaco dia risultati migliori di terapie che non lo prevedono”. Luca Poma, giornalista e portavoce nazionale di “Giù le Mani dai Bambini”, il più rappresentativo comitato per la farmacovigilanza pediatrica in Italia, ha commentato: “Nell’intervista al noto quotidiano americano, il prof. Pelham ha giustamente osservato che milioni di famiglie nel mondo somministrano ogni giorno uno psicofarmaco al proprio figlio, ed hanno tutti i diritti di conoscerne i rischi e soprattutto hanno diritto di sapere che questi prodotti non garantiscono alcun tipo di risultato sul medio-lungo periodo, esponendo per contro al rischio di effetti collaterali che possono andare dalla riduzione della crescita all’infarto al miocardio, dall’induzione al suicidio al coma epatico. È ora che invece di inseguire le mode d’oltreoceano anche i nostri specialisti, in Italia, traggano le loro conclusioni: dobbiamo fare l’interesse dei bambini, non quello delle multinazionali”.
 
Da Giu’ le mani dai bambini

Apr 8, 2009 - Senza categoria    No Comments

Indagine del Politecnico di Torino

Una nostra lettrice alle prese con il diploma di laurea ci invia e io volentieri sponsorizzo:

Un team universitario del corso di Imprenditorialità e Business planning del Politecnico di Torino sta facendo un’indagine di mercato sui social networks più frequentati.

La ringraziamo del tempo che dedicherà alla compilazione del questionario. I risultati resteranno anonimi e non saranno divulgati.

Mar 16, 2009 - salute e benessere    No Comments

Dove buttare l’olio della frittura

Sapete dove buttare l’olio della padella dopo una frittura fatta in casa? Sebbene non si facciano molte fritture, quando le facciamo, siamo soliti buttare l’olio usato nel lavandino della cucina o inqualche scarico, vero ? Questo è uno dei maggiori errori che possiamo commettere.

Perché lo facciamo? Semplicemente perché non c’è nessuno che ci spieghi come farlo in forma adeguata.

Il meglio che possiamo fare è ASPETTARE CHE SI RAFFREDDI e collocare l’olio usato in bottiglie di plastica, o barattoli di vetro, chiuderli e
metterli nella spazzatura.

UN LITRO DI OLIO rende non potabile CIRCA UN MILIONE DI LITRI D’ACQUA, quantità sufficiente per il consumo di acqua di una persona per 14 anni.

Se poi siete così volenterosi da conferirlo ad una ricicleria pubblica ancora meglio, diventerà biodiesel o combustibile.

GRAZIE!

Gli incubi dei bambini

Le mamme a cui è capitato lo sanno: il parvor nocturnus (terrore notturno) è davvero difficile da gestire con calma e tranquillità. Ma anche se non arriviamo a parlare di terrore notturno, sono moltissimi i bambini che soffrono di incubi o di sonno agitato.

Gli incubi, in genere, cominciano a manifestarsi intorno ai 2 anni di età, ma sono più frequenti nei bambini che vanno dai 3 ai 6 anni.

Secondo uno Studio condotto in Canada da Valerie Simard, sotto la direzione di Tore Nielsen della University of Montreal, i brutti sogni nei bambini piccoli sembrano associati a livelli elevati di ansia. Il gruppo di ricerca ha studiato 987 bambini del Quebec, osservati e valutati dai loro genitori a 29 , 41 , 50 mesi, e poi a 5 e 6 anni. Dai questionari compilati dai genitori si è potuto osservare che i bambini che facevano dei brutti sogni erano considerati dalle loro madri dei piccoli con difficoltà caratteriali a 5 e 17 mesi, oppure come particolarmente emotivi a 5 e 17 mesi, oppure con disturbi emotivi e troppo ansiosi a 17 mesi.

I bambini spesso si svegliano quando fanno brutti sogni, ma a volte sembrano incoscienti nel loro gridare, piangere, scalciare e muoversi agitatamente. Il compito dei genitori è quindi difficile e faticoso.

Vediamo quindi come agire praticamente, per prevenire o per far fronte a tale difficoltà:

  • COSA FARE PER CALMARE IL BAMBINO in preda all’incubo:

    – in primo luogo, fare in modo da poter sentire cosa avviene nella camera dei bambini per poter agire prontamente.

    – esserci fisicamente, il bambino ha bisogno dell’adulto per sentirsi al sicuro.

    – se il bimbo dorme, non svegliarlo, ma assisterlo finché si sia tranquillizzato.

    – non cercate di farlo smettere di piangere, ma lasciategli sfogare la paura e la tensione e rischiarate gradualmente la stanza nel caso si sia svegliato.

    – restare col bambino fino a che si sia calmato, aspettare che abbia ripreso sonno prima di andarsene. Per gli incubi davvero forti o il parvor, se il bambino si sveglia e fatica a riaddormentarsi, accendere la luce, cambiare stanza, andare un attimo in cucina a bere, leggere una favola, cantare una ninnananna, al limite anche un bagnetto o qualche minuto di un gioco tranquillo, possono servire a “staccare” il bambino dall’esperienza avuta.

    – mantenere assoluta tranquillità: voce pacata, ritmica, tranquilla, confortante, una canzone, un abbraccio, un “sono qui con Te” fanno sentire il bambino protetto.

    – “scacciare l’incubo”: dire al bimbo di mettere il suo sogno nelle nostre mani e poi soffiare per farlo sparire, oppure buttarlo fuori dalla porta, oppure accartocciarlo e buttarlo nella spazzatura.

    – se il bimbo vuole parlare dell’incubo, ascoltarlo con pazienza, essere empatici, raccontare che è capitato anche a voi, ma che adesso il brutto sogno non c’è più. Se il bambino si ricorda, la mattina dopo, dell’incubo, si può parlarne e discutere su un possibile “lieto fine” :es. ma poi sarebbe arrivata la mamma che le avrebbe suonate a quel mostro e tu saresti stato salvo. Non metterci però noi a parlarne se il bambino non accenna niente (può essere che lo tiri fuori anche molto tempo dopo, rispettare i suoi tempi e le sue modalità)

    non dire che l’incubo “non è vero”, il bambino non riesce così facilmente e dividere realtà e immaginazione, in più si sentirebbe non capito. Meglio sdrammatizzare il sogno inventandosi un finale buffo e tranquillizzante.


  • PREVENIRE GLI INCUBI

    – nonostante sia abbastanza comune per i bambini avere degli incubi, non significa che sia normale. E’ vero che con l’aumento della consapevolezza aumentano anche le paure, ma un ambiente che non rispetti la sensibilità del bambino rende il bambino molto vulnerabile.

    – evitare televisione e cartoni, soprattutto la sera.

    – Anche le favole, meglio raccontarle senza il supporto di immagini. Raccontare Cappuccetto Rosso a memoria è diverso rispetto a farlo col libro ricco di illustrazioni. Per un bambino il Lupo non ha volto né forma e l’immagine che si crea con la mente è interna a lui e quindi gestibile (nonché un’ottima forma di “terapia”). Un’immagine reale, che non corrisponde alla sua, rende il lupo cattivo qualcosa di esterno a sé, quindi non gestibile e temibile.

    – importantissimo il riposo pomeridiano. Permettere al bambino (soprattutto se sotto i 3-4 anni) di riposare è garanzia di sonno tranquillo e lungo durante la notte.

    – la preparazione alla nanna dovrebbe seguire dei rituali, così come anche tutta la giornata. Il ritmo e il rito permettono al bambino di sentirsi rassicurato.

    – è importantissimo offrire al bambino un mondo immaginativo ricco e rassicurante. Avere il suo angelo o la sua fatina che lo protegge durante il sonno è una grande ricchezza, il bambino può lasciarsi andare, sapendo di essere custodito in ogni momento.

     

Bambini vittime di incidenti in casa. Consigli e accorgimenti

 

Dei 1200 bambini da zero a quattordici anni che muoiono in Italia, lo dice l’Unicef, l’80 per cento sono vittime di incidenti in casa. Alfredo Vitale, coordinatore della Commissione Antinfortunistica della Società di Medicina dell’Emergenza e dell’Urgenza in Pediatria, ricorda che secondo i dati del Ministero della Salute l’età più a rischio degli incidenti in casa è quella dell’infanzia, da zero a cinque anni. Il soffocamento è molto presente. Alcuni bambini muoiono ma molti altri subiscono lesioni e esiti che diventano handicap, anche gravi, a causa dell’interruzione dell’afflusso di ossigeno. Su cento incidenti in casa che riguardano l’infanzia, 40 sono dovuti ad avvelenamento o intossicazione: per metà da farmaci e per il resto da ingestione di detersivi lasciati a portata di mano dei bambini. Il 30 per cento degli incidenti si deve a cadute: la metà dal fasciatoio o dal lettino, per i bambini sotto un anno, per una distrazione di chi accudisce il piccolo. I più grandi cadono dalla sedia o dal letto dei genitori. Grande killer è il girello: il bambino non ha la capacità di poter compiere il percorso desiderato, quindi, puntando i piedini, esegue tragitti non voluti finendo contro vetrate, stufe o imboccando la porta di casa. Il 15 per cento degli incidenti è dovuto ad ustioni provocate dall’impianto elettrico, dall’acqua bollente, dalla mancanza del vetro atermico del forno. E arriviamo al soffocamento, che riguarda il 15 per cento degli incidenti in casa. “Come abbiamo detto – prosegue Vitale – il soffocamento può essere dovuto a frammenti o a parti di giocattolo, caramelle, noccioline o a pezzi di cibo. Una cosa che non tutti sanno: gli alimenti più a rischio sono la mozzarella e il prosciutto crudo che non si possono masticare”.

Consigli ai genitori dai Pediatri di Famiglia

1.     La prima cosa urgente da fare è imparare la Manovra di Heimlich per salvare il bambino a rischio di soffocamento.

2.     Rendere sicuro l’ambiente di vita del bambino installando sistemi di sicurezza, come il salvavita, i rilevatori di fumo e di gas, il termoregolatore della temperatura (per il caldo eccessivo molti bambini rimangono soffocati sotto le coperte), il termoregolatore dell’acqua calda.

3.     Le sbarre del lettino non devono far passare la testa del bambino.

4.     Installare sulla macchina a gas la griglia che impedisce la caduta delle pentole.

5.     Coprire le prese dell’energia elettrica, bloccare la porta del frigorifero (spesso i bambini si nascondono dentro); proteggere con materiale adatto gli angoli dei mobili; bloccare le finestre e le porte (talvolta un bambino insonne sbaglia porta); bloccare gli sportelli della lavatrice e della lavastoviglie (sempre più frequenti le fratture della dita); tenere in armadietti chiusi a chiave farmaci, detersivi e solventi; predisporre delle rete di protezione sui balconi; proteggere con cancelli le scale interne; acquistare giocattoli sicuri secondo l’età; acquistare elettrodomestici certificati CE.

6.     Tenere a portata di mano l’elenco con i numeri del telefono per l’emergenza (113, 118, 115) e il numero del Centro Antiveleni più vicino oltre al numero del Pediatra.

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Manovre anti-soffocamento

Una casa a misura di bambino

Feb 22, 2009 - opinioni    No Comments

Giocare a videogiochi violenti assuefà alla violenza

Pubblicato sull’ultimo numero di Psychological Science , il documento esamina i risultati di due diversi esperimenti.

Il primo è stato condotto con 320 studenti del college: dopo aver videogiocato per 20 minuti, sono stati sottoposti a un litigio simulato da due attori, con uno dei due che si sloga la caviglia e urla per il dolore. I ragazzi che avevano giocato a Mortal Kombat hanno impiegato molto più tempo (73 secondi) per avvicinarsi alla vittima e aiutarla, rispetto a chi prima si era divertito con il più innocuo 3D Pinball (16 secondi).

Nel secondo studio, si è analizzato il comportamento di 162 partecipanti fuori da un cinema. In questo caso i ricercatori hanno simulato un altro piccolo incidente: a una giovane donna con le caviglie bendate sfugge di mano una stampella e fa fatica a recuperarla. Anche in questo caso i partecipanti sono stati divisi in due gruppi: chi aveva assistito ad un film violento ha impiegato il 26 per cento del tempo in più per aiutare la persona in difficoltà, rispetto a chi invece aveva guardato un film più leggero.

Certo, di studi se ne devono ancora fare parecchi per “dimostrare scientificamente” come la violenza alla quale i nostri figli vengono sottoposti quotidianamente dal telegiornale, dai cartoni animati, dai videogiochi, dagli adulti e dal loro mondo, ci stia rovinando, mi auguro però che sempre più mamme se ne rendano conto e spengano quel dannato schermo.

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